ETTORE CAMPANA
CHASING THE NEXT ADVENTURE

ettore campana

"Vivere la Montagna per conoscere me stesso"

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COSA FARE DA GRANDE

Andare in montagna significa essere un tutt’uno con gli elementi della Terra, e mentre li esploro, indago anche dentro di me.

Le esperienze di viaggiatore alla scoperta del mondo e le scalate di montagne in solitaria, sono le due più grandi pulsioni di vita, responsabili della mia trasformazione interiore.

Dopo 10 anni di avventure voglio poter coinvolgere le persone di quel che vivo, con l’obiettivo di ispirare e motivare chi mi supporta attraverso progetti avvincenti.

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SU DUE RUOTE

In Canada, nel 2021, mi trovavo circondato da parchi nazionali, animali selvatici ed infinite possibilità esplorative.

Inizio così a sviluppare un nuovo modo di approcciare le montagne, ovvero partendo da casa in bicicletta.

È attraverso gli avvicinamenti in bici che il senso di avventura si è enormemente amplificato, così come l’intensità delle emozioni vissute.

PRINCIPALI AVVENTURE

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Dopo un anno, vissuto in Nuova Zelanda, decido con un amico di partire all’avventura per esplorare le Isole Cook, un arcipelago composto da 15 isole nella Polinesia. Atterriamo a Rarotonga, la “capitale”; non abbiamo molti soldi in tasca e la vita sull’isola non è economica, così decidiamo fin da subito di vivere da indigeni, dormendo sulle spiagge od in case abbandonate e procurandoci il cibo come capita.

Scopriamo che la giungla offre un’incredibile varietà di viveri, cibandoci prettamente con cocchi, papaye, banane, pesce e partecipando alle frequenti fiere di paese dove il cibo non manca mai! 

Ma il nostro intento era anche quello di entrare in contatto con le tribù locali dei Maori e così iniziamo a girare l’isola in autostop, informando la gente che eravamo in cerca di ospitalità in cambio di un nostro aiuto di qualsiasi tipo. 

Ed è così che il destino ci portò a suonare il campanello di casa di mama Nuke; una donna forte e tutta d’un pezzo che dopo averci interrogato singolarmente prende la decisione: vi ospiterò in cambio del vostro aiuto nei campi e con gli animali, perché sento che siete stati mandati da me da Dio! 

Alle Cook Island, per via dell’invasione inglese, sono tutti cristiani protestanti e molto credenti.

Iniziamo così a vivere un’incredibile esperienza: di giorno aiutavamo mama Nuke a raccogliere le papaye o le banane nei suoi campi, oppure a dar da mangiare ai maiali o ad inseguire le capre che scappavano; il pomeriggio, lo dedicavamo all’esplorazione dell’isola; visitando spiagge deserte e nuotando in un mare spettacolare disseminato di pesci coloratissimi e coralli brillanti. 

Ho poi iniziato ad avventurarmi nella giungla per salire i vulcani più alti dell’isola. Penetrare in quella fitta vegetazione non era facile ed il macete era sempre con me. Riuscirò a salire il Te Manga,632m, la cima più alta delle Isole Cook. 

Durante i nostri quotidiani autostop, conosceremo Shannon, proprietaria dell’unica farmacia dell’isola, che dopo averci invitato ad una festa, ci offrirà ospitalità nella sua villa sul mare. 

Ci trasferiamo da lei, ma senza dimenticarci di mama Nuke, che continueremo a visitare di frequente oltre che andare tutte le domeniche a messa con lei (orgogliosa di presentarci alle sue amiche). 

Decidiamo poi, per festeggiare il mio compleanno, di visitare un’altra isola, Atiutaki, un minuscolo atollo raggiungibile con un aereo da 15 posti. Veniamo accolti da una famiglia Maori amici di Shannon, che ci concederanno di dormire in una casa vuota, prestandoci anche uno scooter per visitare l’isola in autonomia. 

Ed è proprio ad Atiutaki che correremo un grosso rischio. Un giorno decidiamo di prendere i kayak ed andare ad esplorare una minuscola isoletta che per noi, ingenui ed incoscienti, sembrava vicina e raggiungibile in breve tempo. Ci renderemo presto conto che invece l’atollo non è affatto vicino e lo raggiungeremo solo nel pomeriggio. Giunti alla meta, ci godremo la totale pace dell’isola deserta mangiando dei cocchi. 

Ma quando ci voltiamo, pronti a rientrare, restiamo sbigottiti nel vedere lo scenario che si presenta di fronte a noi: un cielo oscuro e nero come la pece stava per invadere tutto, l’oceano si stava increspando ed il vento intensificando: stava arrivando un ciclone tropicale.
Presi dal panico, saltiamo nei kayak ed iniziamo a remare come forsennati per sfuggire alle tempesta; ma fummo stolti solo a pensarlo. Contro corrente e cavalcando onde imbizzarrite, lotteremo con il maltempo; inizierà a piovere a secchiate ed i kayak, riempendosi d’acqua, ci costringeranno a buttarci in mare più volte per ribaltarli e non affondare.
Alla fine, prosciugati dalla fatica e dalla sete, arriveremo a riva, osservando il tifone che esplodeva all’orizzonte. 

Il giorno dei saluti fu una giornata emozionante, dove sia mama Nuke che Shannon vennero in aeroporto per salutarci; le lacrime non mancarono.

Trascorsi 2 anni e mezzo in Oceania, è tempo di rientrare in Europa, prima di farlo però, decido di viaggiare per esplorare l’Himalaya. Dopo aver visitato alcune zone dell’India del nord, volo in Ladakh, per immergermi nelle “terre alte”. Leh, la capitale, giace a 3500m, è pieno inverno, e nonostante il sole splenda, le temperature son sempre ampiamente sottozero.

Decido così di partire per vivere un’esperienza: percorrere il Chadar Trek, un trekking di 7 giorni che si snoda lungo il ghiacciato Zanskar River e che, risalendo un canyon selvaggio, conduce a remoti villaggi tra le montagne. Una settimana immerso in paesaggi lunari, godendo della compagnia di un gruppo affiatato di portatori e sperimentando per la prima volte le temperature estreme dei -30

Dopo il Ladakh, volo a Kathmandu, in Nepal e parto subito per Everest Base Camp. Inizialmente assumo una “guida”, ma rivelandosi inutile e sempre dietro di me, la licenzio e procedo da solo. Un trekking grandioso ed emozionante che amerò dal primo all’ultimo giorno. 

Ma man mano che salgo di quota cresce in me il desiderio di scalare una montagna. Conosco un americano in un villaggio ed insieme assumiamo una guida per tentare di scalare l’Island Peak. È inverno e siamo i soli sulla montagna.
Purtroppo, a causa di fortissimi venti e dall’ammutinamento di un portatore che ci abbandonerà durante il tentativo di vetta, raggiungeremo solo l’antecima, toccando però per la mia prima volta i 6000m

Sono comunque entusiasta dell’esperienza e nei giorni successivi raggiungerò Everest Base Camp, osservando uno dei tramonti più spettacolari della mia vita, seduto da solo sulla punta di Kala Patthar (5644m) ad ammirare i giganti della Terra irradiarsi di luce infuocata. 

Rientro a Kathmandu e senza troppi pensieri mi dirigo a Pokhara per intraprendere un nuovo trekking verso il Mardi Himal e l’Annapurna base camp. 

Giunto al campo base dell’Annapurna riesco ad organizzare un’altra scalata che si rivelerà un’avventura da ricordare. Mi affidano una guida che non si rivelerà proprio al top; il signore è decisamente fuori forma, sovrappeso e con un inglese basilare. Il primo giorno raggiungiamo un piano erboso a 5000m e piazziamo la tendina, assistendo ad un altro glorioso tramonto. 

La mattina, la “guida” si dimentica dimettere la sveglia e partiamo in ritardo. Dopo aver superato un ghiacciaio sofferente per via di un inverno estremamente secco, affrontiamo la parte chiave della salita: un'impervia e franosa gola rocciosa. 

Per qualche folle ragione, la "guida" farà andare avanti me. Io, giovane ed incosciente, parto senza troppi pensieri. Mentre scalo noto delle corde penzolare dall'alto e così (ingenuamente) mi aggrappo ad una per facilitare la progressione. 

Grave errore! Nel trazionare la corda, questa si spacca di colpo, perdo l'equilibrio ed inizio a cadere nel vuoto. Per fortuna atterro su una cengia sporgente qualche metro di sotto. Ancora scioccato dall'accaduto, urlo alla "guida" che però non può sentirmi. Mi riacchiappo un attimo e riparto, ignorando quelle maledette corde. Con molta lentezza anche la guida arriverà e finalmente, dopo una ripida rampa glaciale, saremo sui 5695m della vetta. 

Il rientro sarà un'epopea, e per paura di esser colto dalle tenebre dovrò proseguire da solo. Rimarrò poi fino a tarda sera, assieme ad altri, sulle sponde del ghiacciaio a far segnali luminosi alla guida che, stremata, giungerà in salvo.

Mi scade lo Working Holiday Visa per il Canada e prima di rientrare in Europa decido di partire per un viaggio in Sud America alla volta dell’Ecuador. 
Subito vengo travolto dall’energia dell’America Latina con i suoi colori vivaci, la musica per le strade, i mercati di ogni tipo e la natura rigogliosa.

Dopo qualche giorno di acclimatamento nella capitale Quito, inizio a scalare una serie di vulcani in solitaria: prima dei 4000m e poi dei 5000m, il tutto in vista della grande sfida del viaggio: la salita del Volcan Chimborazo, un monte di 6263m, la cui vetta rappresenta il punto della terra più vicino al sole. 

A circa metà viaggio, tento la cima assieme ad una guida locale ma dobbiamo rinunciare a circa 5800m perché travolti da una tempesta di neve. 

Rammaricato per il mancato successo, trascorro una settimana visitando città storiche e rovine Maya; poi però, il desiderio di scalare quella montagna è troppo forte e così decido di fare un altro tentativo. 

Organizzo così una nuova salita con un’altra guida. Questa volta il meteo è stabile.
Con una fatica immane e con tutti i sintomi del mal di montagna, raggiungeremo la vetta poco prima del sorgere del sole, assistendo ad un’alba sensazione dal tetto dell’Ecuador. Un’emozione fortissima ed una grande soddisfazione che mi accompagneranno per il resto del viaggio. 

Raggiungo il confine con un bus malconcio ed entro in Perù, fermandomi a Mancora, una cittadina sull’oceano dove pure le ragazzine cercano di venderti cocaina. Rimarrò giusto una notte per poi proseguire verso l’entroterra.
Visito Huaraz, campo base eccezionale per le scalate nella Cordillera Blanca; ma è la stagione delle piogge e le montagne nemmeno si vedono; così proseguo in autobus addentrandomi nel cuore del Perù.
Arrivo a Cuzsco, e la sua fama si fa meritare: una meravigliosa cittadina, ricca di vita, storia, cultura ed attività esplorative. La utilizzerò come campo base per diverse escursioni, tra cui il trekking a Machu Picchu ed alle Rainmbow Mountains. 

Concluderò il viaggio ad Arequipa con l’ultima scalata: il vulcano Chachani, un monte di 6057m.

Una nuova esperienza in Sud America, questa volta in Bolivia, dove trascorrerò un mese zaino in spalle. L’obiettivo di questo viaggio, oltre ad esplorare il paese, è di scalare grandi montagne. Dopo una prima settimana trascorsa a La Paz, visitando la vivace metropoli, inizio i primi trek di acclimatamento salendo il facile Chacaltaya a 5350m (una volta considerata la stazione sciistica più alta al mondo).

Girando per La Paz per trovare una guida, conosco il tedesco Manuel, e dopo esser entrati in sintonia, decidiamo di unire le forze e tentare qualche vetta assieme. 

Partiamo così in autonomia ed affrontiamo prima il Cerro Charquini 5392m, poi ci prepariamo per lo Huyana Potosi, una magnifica vetta di 6088m ben visibile da La Paz; durante la prima notte sto decisamente male e vomito ripetutamente la cena; con lo stomaco devastato riposare sarà assai difficile.
Ma nonostante il malessere e dopo una notte insonne trascorsa a campo alto, raggiungeremo la vetta, assistendo ad un’alba spettacolare su un oceano di nubi in fermento. 

A questo punto ci sentiamo pronti per tentare qualcosa di più difficile e così assumiamo Irineo, che inizialmente ci era sembrato essere una guida esperta (Scopriremo poi che Irineo altro non era che una guida improvvisata). 

Trascorreremo assieme una settimana effettuando due importanti salite: prima la Cabeza del Condor 5648m, detto anche il Cervino della Bolivia da alcuni, una magnifica e severa montagna con un’affilata cresta ghiacciata finale, dove raggiungeremo la vetta prima dell’alba. 

Poi partiremo per affrontare Illampu 6368m, considerata la montagna più difficile per la via normale della Bolivia. Fino a campo base, saremo accompagnati da un portatore ed un asinello che ci aiuteranno a trasportare attrezzatura e materiali. Siamo in un deserto di rocce e montagne dove non vi è alcun segno di civiltà. 

Dopo una notte al campo base in tre in una piccola tenda, saliamo a campo alto a circa 5300m e siamo al cospetto dell’immensità della montagna. L’ambiente è maestoso anche se è impossibile ignorare lo scioccante ritiro dei ghiacciai. 

Nel cuore della notte, e dopo una forzata colazione, partiamo superando un ghiacciaio tormentato da voragini e crepacci. Raggiunto il ripido muro glaciale, iniziamo a risalirlo a colpi di picca e ramponi. La quota si fa sentire ed i polpacci bruciano, costringendoci e ripetute pause. 

L’arrivo del nuovo giorno porta con sé un gelido vento che scivolando dalla vetta ci sbatte contro con violenza. 

Continuiamo in cresta fino al passaggio finale: Irineo apre la via, noi lo seguiamo. Tra affanni e malesseri da quota, finalmente saremo in vetta ad Illampu! La gioia è grande e lo spettacolo dinanzi a noi grandioso. Scattiamo delle foto e ci prepariamo ad un’eterna discesa. 

Convincerò gli altri a non fermarci al campo base per la notte ma proseguire fino alla strada per poter trascorrere la notte in un letto ed evitarci un’altra scomoda notte in tenda.
Dopo 20 ore di marcia saremo di ritorno nel paese di Sorata. 

Ed è così che per la terza volta, con il tanto sudato Permanent Resident in mano, torno in Canada per cercare una nuova vita.
Questa volta volo in Alberta, a Canmore, nel cuore delle montagne rocciose. Una cittadina immersa tra foreste vergini, montagne selvagge e parchi nazionali.

Una natura ribelle che fin da subito metterà davanti i suoi estremismi: estati caratterizzate da soffocanti incendi ed inverni dominati da temperature estreme. 

Ma sarà proprio in queste terre inospitali che inizierà la mia profonda connessione con la bicicletta: infatti, non potendo permettermi una macchina, deciderò di acquistare per 50$ una vecchia bicicletta in ferro degli anni 80’ chiamata “Telluride”.

Mai mi sarei aspettato che quel catorcio malandato sarebbe stato in grado di portarmi a vivere avventure uniche ed emozionanti.
Con lei facevo di tutto: spostamenti in città, spesa, andare al lavoro, fino ad usarla come strumento per raggiungere le montagne. 

Insieme anche durante le ondate di gelo a -40, dove si ghiacciavano anche le ciglia degli occhi.
Un’esperienza di vita importante che mi ha aperto una nuova concezione di spostamento: il viaggiare in bici.

PROGETTI REALIZZATI

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Un progetto nato sognando, fantasticando, ispirato dal desiderio di compiere un qualcosa di importante.
Dedicare quest’avventura ai bambini malati di tumore e ricoverati nel reparto di Oncoematologia pediatrica di Brescia, per trasmettergli valori come la tenacia, la forza e la voglia di vivere.

Nato dal desiderio di mettersi in gioco per il bene del Pianeta, sensibilizzando l’urgenza di un’azione concreta per combattere i cambiamenti climatici.
Progetto supportato da WOWnature e dalla EU Climate Pact, in bicicletta da Brescia a Marrakech con l’obiettivo di raccogliere fondi per finanziare la crescita di una nuova foresta nella Riserva Naturale delle Torbiere del Sebino.

Il progetto Scalo Sogni riparte con un nuova avventura in Sud Africa.
Dai ghiacci alpini alle selvagge savane africane: il richiamo è quello di esplorare mondi lontani e discoprire terre a me sconosciute.
Anche in quest’occasione, l’obiettivo sociale è stato quello di coinvolgere i bambini ricoverati presso il reparto di Oncoematologia Pediatrica di Brescia.